M'ARTE / PERSONALE 2008

Arte contemporanea nei due castelli:

fra Montegemoli e Querceto la mostra antologica di Ennio Furiesi

cartolina-fronte

Si apre nelle due sedi in contemporanea del Castello di Montegemoli (Pomarance – PI) e del Castello di Querceto (Montecatini VC – PI), con doppia inaugurazione rispettivamente il 9 e 10 agosto, ore 18.30 - “cena francese” a seguire e concerto lirico del mezzosoprano Florence Mazzucchelli a Querceto il 10 agosto - in un discorso itinerante e di contrasto ambientale attraverso le altezze panoramiche dell’Alta Val di Cecina, dove irrompe l’arte moderna nella presentazione del percorso ventennale in chiave antologica dell’opera di Ennio Furiesi, uno degli autori più significativi e di interesse artistico e concettuale del territorio, formatosi nel solco della città d’arte e storica di Volterra, dall’eccellenza dell’artigianato figurativo fino alle astrazioni pittoriche, grafiche ed alle installazioni del contemporaneo.

Ennio FuriesiNato a Volterra (PI) nel 1937, dove ancora risiede e svolge la sua attività artistica, nelle stanze dello studio d’arte allestito presso gli ambienti del ‘Chiarugi’, un tempo reparto dell’ospedale psichiatrico di Volterra (PI) e successivamente riformatorio giovanile, ora struttura in gran parte abbandonata e dalle suggestioni visionarie da terzo millennio, Ennio Furiesi, dopo il conseguimento del Diploma presso l’Istituto d’Arte della città ed un periodo di dedizione all’artigianato di alto pregio e di antichissima tradizione e all’insegnamento, riprende un rapporto personalissimo e continuativo con la pittura. Su tele e pannelli, o sulle reminiscenze di senso rappresentate da neo-lavagne didattiche o consolle da camera, fino alle acqueforti ed opere grafiche, si delinea la storia infinita ed autonoma di un “segno”, sconosciuto e anonimo, familiare e sempre esistito, reiterato e ritmico nelle cadute libere sugli ampi supporti, nella rappresentazione immediata di un incontaminato e autonomo spazio espressivo mentale.

In un dialogo sofferto fra la luminosità atemporale e l’apparizione segnica di senso si delinea, come in un’autorivelazione cosmica e visionaria, la narrazione della metamorfosi continua di una gestualità che lascia tracce in autonomia, fra precipitati mnestici di culture remote o in soluzioni formali più ragionate, in geometrizzanti sintesi e forme in bianco e nero, che parlano alla modernità ed al contemporaneo.

Una ricerca incessante che si muove sui due assi essenziali della “pioggia di schegge” in metamorfosi continua fra astrazione e figurazione, o nelle opere più modulari e ‘blind’ rispetto alla frantumazione segnica ed ispirate direttamente all’atelier ‘Chiarugi’, che ancora rimanda i fotogrammi di ambienti vissuti sul limite del reale, dove il bianco grigiastro delle scale, le finestre alte a griglia, gli ampi soffitti, la luce transica e fievole, narrano di luoghi di sofferenza, ma dalle forti valenze umanitarie.

Su questo filo conduttore il riassunto assoluto dell’opera “Il Sudario del Chiarugi”, ispirata e dedicata allo studioso di psichiatria a cui il padiglione è intitolato. Qui l’atto meditato e gestuale insieme e di immediatezza compositiva astratta che prende ancora in prestito memorie di biografia sociale dal figurativo quotidiano, riconsegna all’Uomo l’universalità di un pensiero individuale, profondo, partecipe e solitario - le conquiste, i ripensamenti, gli errori, il coraggio e le vertigini di impotenza - dove immagini continue di esistenze tragiche hanno dipinto di rosso sanguigno e di colorazioni ambientali i muri scarni dell’inconscio, archetipi sublimati e ricondotti, nel silenzio ovattato di una riflessione antica, all’archivio della memoria condivisa e universale.

Nel segno reiterato e ritmico che costruisce il suo significato attraverso lo spostamento esistenziale del suo spazio o nelle presenze informi che tingono le strutture interne di finestre modulari con la forza della sublimata testimonianza di una sofferenza vissuta, sedimentata ed incancellabile, si riscopre il movimento eterno dell’animo umano, a tratti ironico, a tratti violento, di perfezione geometrizzante o di emotività immediata e istintuale, tribale e arcaica, o nordica e asettica, ma sempre nella rappresentazione spettacolare e narrante della comprensione partecipe alla più profonda e testimoniata traccia di una umana e forse ancora riscattabile, sull’altalena paradossale di una distruzione originaria “che costruisce”, ragione ultima di esistenza.

Le due mostre rientrano nel progetto di arte contemporanea “M’arte”, avvenimento a scadenza biennale, esordito nell’ estate del 2007 a cominciare dall’ area urbana del Castello di Montegemoli, ideato dalla Pro Loco di Montegemoli, dall’ Accademia Libera Natura e Cultura ( Associazione Marco Polo ) e da Sergio Borghesi, direttore artistico.

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